Bonatti sopravvisse 4 giorni in Alta Quota

PRECEDENTE DEL 1961 SUL PILONE CENTRALE DEL FRENEY,NEL M. BIANCO

COURMAYEUR (AOSTA), 6 NOV – Sopravvivere quattro giorni in alta quota, senza tenda e sacco a pelo, in balia della bufera, del freddo e del vento, con pochi viveri a disposizione e niente da bere. Un’impresa da superman che nella storia dell’alpinismo e’ riuscita a pochi, pochissimi scalatori. Tra di loro Walter Bonatti, che nel 1961 rimase per quattro giorni appeso in parete, a oltre 4.000 metri di quota, durante il tentativo di ascensione del pilone centrale del Freney (massiccio del Monte Bianco). Il bilancio di quella scalata fu drammatico: quattro morti.
Bonatti – scomparso nel settembre scorso a 81 anni – era partito da Courmayeur il 9 luglio con i compagni Andrea Oggioni e Roberto Gallieni. Obiettivo era la prima scalata assoluta del Pilone centrale, 500 metri verticali di granito rosso che rappresentavano il sogno dei piu’ forti alpinisti dell’epoca. Giunto al bivacco de la Fourche, il team italiano incontro’ un gruppo di francesi – Pierre Mazeaud, Pierre Kohlmann, Robert Guillaume e Antoine Vieille, tutti rocciatori esperti – e decisero di unire le forze.

L’ascensione scatto’ il 10 luglio e il giorno dopo i sette giunsero a circa 120 metri dalla cuspide del pilone quando furono investiti da una bufera. Rimasero bloccati per tre giorni in parete, con una sola tenda e pochi sacchi a pelo, tra neve, pioggia e fulmini. All’alba del 14 luglio Bonatti, viste le precarie condizioni dei compagni, ruppe gli indugi e inizio’ una difficile discesa in mezzo al maltempo. Il giorno dopo Vieille e Guillaume morirono, il primo per sfinimento, il secondo cadendo in un crepaccio.

La drammatica discesa dei sopravvissuti – seguita con grande risalto dai media dell’epoca – prosegui’ e alle 3 di notte del 16 luglio Bonatti e Gallieni arrivarono in salvo alla capanna Gamba. Anche Mazeaud ce la fece, mentre Kohlmann e Oggioni morirono a poca distanza dal bivacco. La vicenda fu seguita da molte polemiche, in particolare sulla gestione dei soccorsi.

Un dramma simile fu vissuto anche da Reinhold Messner nel 1970 quando dovette bivaccare per tre giorni in quota durante la discesa dal Nanga Parbat, 8.125 metri in Pakistan, con il dolore nel cuore per la morte del fratello Gunther travolto da una valanga poco sotto la cima. (ANSA).

di regione.vda.it

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