Un testimone: «Bare vuote da Marcinelle»

C’è un testimone, un uomo che era lì quel tragico 8 agosto 1956, che conferma ciò che i parenti delle vittime dell’immmane tragedia mineraria di Marcinelle sostengono da tempo: nella maggior parte delle bare dei minatori non c’è niente, i corpi sono rimasti nel pozzo della morte al Bois du Cazier, centinaia di metri sotto terra.

E’ l’amara verità con cui è tornato dal Belgio Nino Domenico Di Pietrantonio, presidente dell’associazione “Vittime Bois du Cazier” che ha partecipato alla delegazione abruzzese che nei giorni scorsi è stata in visita a Marcinelle e d è sta ricevuta anche dal premier belga, l’abruzzese di origine Elio Di Rupo al quale è stato chiesto l’appoggio per la causa di Marcinelle. «O per meglio dire per il caso Marcinelle, un inganno storico», commenta Di Pietrantonio, «che ora, dopo oltre 50 anni, è tempo di dirimere. Scopriamo i veli del mistero che finora ha mantenuto celata la verità, mai ammessa, o proferita solo con mezze parole, ma assolutamente anonime e di cui nessuno finora si è voluta prendere la responsabilità».

La prima verità da raccontare e da scrivere sui libri di storia è quella delle cause che provocarono la tragedia dovuta a imperizia degli operatori e soprattutto alle inesistenti condizioni di sicurezza. «La seconda, quella ancora più dolorosa sul contenuto delle bare», dice Di Pietrantonio, «che furono seppellite vuote, senza i corpi, ma solo con una spessa cassa di zinco interna a quella di legno per appesantirla e dare l’impressi

one che fosse piena». A confermare questa tesi è stato uno degli ultimi minatori di Marcinelle, che lavorava in un altro pozzo, poco distante dal Bois du Cazier, l’ottantenne friulano Vittorio Dal Gal che venne chiamato a far parte delle squadre di soccorso e assistette al tenatito, a suo dire in gran parte fallito, del recupero dei corpi.

Una persona che, dice Di Pietrantonio, «ha reso pubblicamente la sua testimonianza sulla tragedia. Quei corpi, ha riferito Dal Gal, si carbonizzarono nell’inferno nel pozzo in fiamme, a circa mille metri di profondità e dunque fu impossibile recuperarli. Quel pozzo fu la tomba comune di 262 minatori di cui 136 italiani fra i quali 22 puglie i, 5 siciliani, 3 friulani e 60 abruzzesi provenienti 22 da Manoppello, 9 da Lettomanoppello, 9 da Turrivalignani, 6 da Farindola, 1 ciascuno da Alanno, Elice, Rosciano, Ovindoli, Castelvecchio Subequo, Casoli e Isola del Gran Sasso, 2 daCastel del Monte, 5 da Roccascalegna. E poi bando ai racconti fantastici sui cavi tranciati di un ascensore che innescarono l’incendio nella miniera. Fuoco e fiamme ci furono, ma appiccate dall’ingabbiatore Antonio Jannetta che molte volte prima di morire in Canada, ha ammesso le sue responsabilità. Il fuoco si espanse velocemente in tutta la miniera poiché gli spazi, come ha rivelato più volte anche Silvio Di Luzio, un altro minatore di Marcinelle di Torricella Peligna, le porte antifuoco che separavano gli ambienti stagni erano di legno e gli spazi non erano affatto stagni. Ciò che non fece il fuoco insomma, lo completò il fumo».

«Questa è la storia scarna da arricchire di tanti particolari che pure ci sono e sono di fondamentale importanza», aggiunge Di Pietrantonio. «Se ha giovato finora a qualcuno nasconderla, ora non ci interessa più. Ci diano però la facoltà di poter riaprire quelle bare e constatare se il corpo di mio padre e di tanti altri padri, figli, fratelli e mariti sono serviti alla causa di un inganno». Di Pietrantonio torna dunque alla carica dopo anni di battaglie, soprattutto dopo il 2006, 50º anniversario della tragedia, «in ossequio ai valori della nostra cultura che dicono che almeno dopo mezzo secolo la verità deve emergere».

di ilcentro.gelocal.it

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