Sindaci montani “incatenati” tra cori e striscioni

Un corteo variopinto da piazzale Roma a palazzo Ferro Fini E c’è chi minaccia: «Ci togliete gli ospedali? Non vi daremo più l’acqua»

Scarponi grossi, cervello fino e una grande dignità che non permetteranno venga più calpestata. A vederli nella Calle Larga di Venezia, a pochi passi da Palazzo Ferro Fini dove presumibilmente si giocherà una buona parte del loro destino, i circa 800 tra uomini e donne partiti di buon mattino dalle valli dell’Agordino, del Cadore, del Comelico, di Zoldo, del Feltrino e, molti meno, da Belluno, sembrano quei patrioti raffigurati in quel numero speciale de “El Brandol” (a firma di don Tamis), uno storico giornale agordino, che raccontava i moti del 1848 quando agordini, cadorini e zoldani partirono per una “crociata” per liberare le loro terre dagli austriaci.

Non vogliamo morire. Due storie ben diverse, certo. Ma anche oggi questa gente agita i forconi (finti questa volta), anche oggi si vede oppressa, anche oggi ha deciso di partire. “Non vogliamo morire veneti”, dice a chiare lettere uno dei tanti cartelloni e striscioni che colorano la via. E un altro: “Non vogliamo morire a chilometri zero”. No, la montagna non vuole morire e per dirlo forte ha dipinto tra le calli veneziane una straordinaria giornata di democrazia, di partecipazione, di cittadinanza. «Oggi abbiamo vissuto», dirà una giovane organizzatrice agordina a manifestazione terminata.

Sindaci incatenati. Una volta che il corteo è approdato a destinazione, i sindaci con la fascia presidiano il vicolo che porta a Palazzo Ferro Fini dove la delegazione provinciale è impegnata a spiegare alla 5ª commissione e ai consiglieri regionali che il Piano socio-sanitario così com’è non va bene. Dagli zaini dei cadorini esce una catena con tanto di lucchetti. I sindaci ne sono volentieri vittime e vengono legati l’uno all’altro in una scena che merita una foto e una riflessione. «Ci sentiamo incatenati da questa normativa che il consiglio regionale sta attivando», spiega una manifestante. «È una cosa insostenibile. I sindaci ci stanno mettendo la faccia e li ringraziamo. Toglierci il diritto alla salute significa morte certa per il nostro territorio e per la gente che ci abita».

Giovani in prima linea. All’altro capo del corteo il giovane Denni Dorigo di Livinallongo prende il microfono e ricorda i quattro punti che i bellunesi chiedono alla Regione: l’efficienza degli ospedali, il ripristino della maggiorazione del 25% della quota pro capite per i territori disagiati, l’aumento dei posti-letto, il mantenimento della rete primaria. «Non ci vengano a raccontare», sottolinea Denni, «che lo spreco della sanità veneta e nazionale si trova a Pieve di Cadore o Agordo». «Vergogna, vergogna», urla la folla. Dante Fiocco – che aveva minacciato i forconi già a giugno e oggi ha in tasca una forchetta di plastica – ci mette il carico da undici. «Non è da ieri che la pianura si è dimenticata della montagna», dice con voce tonante, «la Serenissima veniva su a prendersi il legno per fare barche e barconi e la Sade è venuta a portarsi via tutta l’acqua e a creare quel disastro che è il Vajont. Sia chiaro, Luca Zaia, la montagna non è terra di conquista per le seconde case».

Non vi daremo l’acqua. E a proposito d’acqua: “Niente ospedali in montagna? Niente acqua in pianura”, è la minaccia di un cartello, che stimolerà anche le considerazioni di Sisto Da Roit, vicesindaco di Agordo, pronto a ricordare che «non vogliamo essere casi e numeri, ma persone».

«Questo territorio serve anche alla Regione Veneto», ha detto, «che se iniziasse a fare qualche conto di quello che viene giù dal Bellunese, consorzi idrici, energia elettrica, Dolomiti, forse capirebbe che non siamo un peso».

Il presidente della Magnifica Comunità di Cadore, Renzo Bortolot, quello della Cm agordina, Luca Luchetta, il coordinatore del Comitato di Feltre, portano il saluto e l’orgoglio delle loro vallate finalmente unite. «Peste lo colga chi intende dividerci», dice Maria Antonia Ciotti, sindaco di Pieve di Cadore, in risposta a quanti nei giorni scorsi hanno evidenziato la diversità di obiettivi tra Feltre e Cadore-Agordino, «in questa protesta c’è spazio per i bisogni di tutti. O si vince questa battaglia o si muore nel senso vero, perché non avremo abbastanza tempo per arrivare in ospedale».

Ma se gli ospedali non ci saranno, non ci arriveranno neppure i turisti. A ricordarlo è Liberale Fiori di Calalzo: «Sono preoccupato per i poveri veneziani e trevisani ai quali aggiustiamo le gambe, quando se le “scavezzano” in montagna. Se necessario aggiustiamo anche le teste in Cadore». Le teste a cui forse fa riferimento Fiori sono all’interno del palazzo a discutere con la delegazione.

Fischi al leghista. Alle 12.30 circa il primo ad uscire è il consigliere Sergio Reolon (Pd) con Laura Puppato. Elogia la manifestazione, assicura che in commissione si sta conducendo una discussione vera e che il Piano che uscirà non sarà uguale a come è entrato. Poi tocca al capo delegazione Guido Trento, che gela subito il pubblico: «Non è mica stato un bell’incontro sapete? Caner ha detto che noi bellunesi sprechiamo i soldi». Bordate di fischi all’esponente leghista. «È una cosa gravissima. Semmai i soldi li sprecano nella sua terra, a Treviso».

Per la maggioranza, con Matteo Toscani ammalato, tocca a Dario Bond. «La riunione non è andata male, hanno riconosciuto che in montagna costa tutto di più. Dovremo scrivere qualcosa di certo sul piano. Abbiamo ottenuto rassicurazioni».

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di corrierealpi.gelocal.it

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