Quegli eroi dimenticati del 1943

Le guide alpine aiutarono ebrei e oppositori del fascismo a rifugiarsi in Svizzera

MACUGNAGA

Settant’anni fa la minuscola frazione di Quarazza a Macugnaga non aveva la strada e nemmeno lasentiero che porta in svizzera foto web diga del lago delle Fate. Abitata da quattro famiglie, era un’oasi di pace totale. «Tutto è cambiato improvvisamente, dopo l’8 settembre 1943 con l’arrivo quotidiano di persone dirette verso la Svizzera. Di giorno stavano nascosti nei fienili, ma alla sera iniziava una grande animazione per la partenza, favorita dal calare della notte. Gente di tutte le età: ebrei, prigionieri alleati, perseguitati politici». Angelo Iacchini li ricorda bene. Non aveva ancora vent’anni e faceva il minatore nelle gallerie di Pestarena. È rimasto uno dei pochi passatori che guidavano quel flusso di disperati che volevano sfuggire alla fucilazione o alla deportazione nei campi nazisti.

 

Un libro dalle pagine d’oro  

Macugnaga divenne il fulcro terminale per il viaggio della speranza. E le quattro case di Quarazza costituivano l’avamposto ideale per chi era costretto a scappare. Erano piemontesi e lombardi, ma venivano anche da più lontano. A Varallo Leo Colombo aveva creato un centro di accolta e di smistamento. Ne ha salvati più di duecento e gli hanno bruciato la casa, e arrestato la moglie. Ma lui non sono mai riusciti ad acciuffarlo. «Una volta arrivò con una famiglia di ebrei. Aprì il sacco e inavvertitamente scivolarono a terra dei libri: le pagine erano molto fini, tutte di oro». «Mio padre – dice ancora Angelo Iacchini – aveva fatto la Prima guerra mondiale nel reparto degli esperti di messaggi cifrati. Con lui c’era la guida alpina Giovanni Antonioli di Rima, un piccolo villaggio che per molti era la penultima tappa della fuga verso la salvezza. Il papà riceveva le sue lettere cifrate che annunciavano l’arrivo delle comitive. Nonostante la guerra, la posta viaggiava più puntuale di oggi».

 

Le stesse vie del contrabbando

I passatori conoscevano bene i sentieri del Passo del Moro che erano anche quelli del contrabbando. Una delle vie di fuga più lunghe e dure, a quasi 3.000 metri di quota. «Une traversée dramatique des glaciers», l’hanno definita gli storici vallesani in una pubblicazione su quei tempi. Ma proprio per questo, relativamente sicura. «Eravamo come camosci e la nostra gente era tutta unita. Una complicità granitica. Nessuno fiatava. C’erano però le caserme della Regia Finanza e della milizia confinaria fascista. Ma quelli stavano rintanati in paese. Avevano sposato delle ragazze di qui. Sapevano e tolleravano. Ne hanno preso solo uno, un torinese, che aveva fatto la traversata senza di noi, congelandosi i piedi».

«Sul ghiacciaio del versante svizzero, con un sacco di 35 chili, sono caduto in un crepaccio. Mi sentivo morire, ma i doganieri svizzeri che ci binocolavano, mi hanno tirato fuori. Ricordo il sergente Zurbriggen, le lanterne, la luna, una ragazza con le trecce e una scodella di brodo caldo». Fra le centinaia di profughi passati dal Moro, la testimonianza di Renato Capecchi, ebreo, è una delle pochissime pubblicate. Dopo la guerra diventerà un famoso tenore del Metropolitan di New York.

 

Unico piatto, le patate bollite  

«Naturalmente i profughi mangiavano le nostre patate bollite» dice Giuseppe Oberto, famosa guida alpina degli Anni 50. «Si parlava poco. Non ci interessava sapere chi fossero. Sentivamo solo il dovere di salvarli, anche se non ci pagavano, come i soldati anglo-americani, che non avevano un soldo. Qualcuno ci lasciava i pastrani o altri indumenti. Qui mai nessuno ha lucrato. Quando li accompagnavamo, mio padre che era un inguaribile contrabbandiere, approfittava per fare un carico di caffè, zucchero e tabacco». Felice Iacchini, anch’egli diventato poi una guida, abitava a Quarazza, nella prima casa verso la montagna.

 

L’indiano senza scarponi  

«Arrivavano tutti lì – spiega Iacchini -. Mio padre aveva vissuto a Vancouver, in Canada, come falegname per ricostruire la città distrutta da un incendio. Con i soldati parlava inglese e in qualche caso accettò di accompagnarli fino alla cresta del confine anche se non era più giovane. Un americano era cieco è si è appoggiato alla mia schiena in tutto il viaggio. Un altro, un indiano-pellerossa, si tolse gli scarponi. Camminava più spedito senza». Con Felice Iacchini c’era anche il fratello Clementino: «Ho portato una famiglia di nome De Benedetti con un bambino di cinque anni che mi ha seguito docilmente: avevano delle borse voluminose. Alcune ce le cedevano da portare, altre non le mollavano mai».

 

Dalla val Vigezzo a Cannobio  

«Passatori» furono anche le guide Zaverio Zurbriggen e Cesare Pironi, Ettore e Felice Schranz, Remo Bettoli, Ettore, Emiliano Lanti, Dante Micheli, Vittorio Marone e Giovanni Suardi, e tanti altri. Quelle fughe ebbero come teatro anche le altre valli ossolane. Alla fine di settembre Rinaldo Cavalieri entrava in Ticino dalla valle Antigorio passando dalla Cravariola con i familiari: «Camminammo per ore sotto una pioggia insistente che diventò nebbia». Il 27 settembre del 1943 l’ingegnere Gualtiero Morpurgo giunse insieme a degli amici a Bognanco con gli sci, l’inseparabile violino e la macchina fotografica: «Gli svizzeri me la sequestrarono rendendomela subito dopo con le foto sviluppate». La storica ticinese Renata Broggini ha ricostruito questa trama fitta che si è estesa anche in valle Vigezzo. Paolo Norsa riparò in Svizzera attraverso la cresta di Monadello, «incontrando dei doganieri gentili, fattisi in quattro per riscaldarci con the, latte e sigarette». Fuggirono anche Pietro Chiovenda e Luigi Brindicci che con il fratello Giacomo nel 1989 portò una targa-ricordo al municipio del campo di internamento che li aveva ospitati.

 

L’amore nato nel nascondiglio  

La terra elvetica è stata un asilo sicuro ma anche per i familiari dei fascisti caduti in disgrazia, come il conte Dino Alfieri, ex ambasciatore a Berlino e condannato a morte per avere firmato l’ordine del giorno Grandi contro Mussolini il 25 luglio ’43. Fuggì da Premeno, seguito alcuni mesi dopo dalla moglie e dalla figlia Angela Maria che valicarono d’inverno il monte Limidario, fra Cannobio e Brissago.

Quando il governo federale elvetico strinse i freni proibendo l’ingresso agli ebrei, il brigadiere Saia dei carabinieri di Cannobio si accordò con un doganiere di Brissago andando a prendere delle bambine per metterle in salvo. Rientrando in Italia di notte incontrò un uomo. «Brigadiere, si traffica eh?!?», ammiccò costui. E Saia, secco: «Se parli, finisci in fondo al lago!». È soltanto qualche storia di eroi sconosciuti e dimenticati. Come quella di un ufficiale sudafricano, Wilfred Hall che riparò a Morondo, frazione di Varallo, per raggiungere poi Macugnaga e il Passo del Moro. Dopo la guerra ritornò in Valsesia per sposare Luciana Roberti, la ragazza che l’aveva nascosto. È morto poche settimane fa a 101 anni e ha voluto essere sepolto a Morondo.

di TERESIO VALSESIA  lastampa.it

 

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