Quanto stringe questo “Piccolo Mondo Alpino”

INTERVISTA A MARTA DALLA VIA

di Marianna Sassano

Esistono due montagne: quella delle cartoline e quella reale. I villeggianti e i montanari. Il bosco. Il silenzio. Il candore della neve. In Piccolo Mondo Alpino, spettacolo premio Kantor 2010 firmato da Marta e Diego Dalla Via e prodotto da CRT – in scena questa sera al Cineteatro Italia di Dolo VE per il programma di Paesaggio con Uomini – Elsa, Ennio, Alberto e Bertilla gestiscono insieme l’albergo di famiglia avuto in eredità dai genitori, in una sperduta località sciistica del Nordest.

Scrive Marta Dalla Via: “Tutto sembra scorrere con serenità lungo i consueti binari in cui ciascuno recita la sua parte. Da un lato i turisti a caccia di emozioni, prodotti tipici e mondi che siano esattamente la copia delle cartoline e del loro immaginario, dall’altro lato gli albergatori accondiscendenti e pronti alla ben nota messa in scena della commedia del montanaro felice”. Ne parliamo con l’autrice e regista, già firma e interprete di Veneti Fair: un affresco comico e impietoso sul Veneto, in scena il prossimo 14 gennaio nella sala consiliare di Fossò (VE) per la rassegna curata da Echidna.

Marta, anche in Piccolo Mondo Alpino ci racconti un pezzo di Veneto. O meglio, anche qui scegli una prospettiva del tutto personale per parlarci di una parte di questa regione: le montagne. In Veneti Fair la denuncia lampante era al pressapochismo, all’ignoranza, al dominio dello scheo; qui forse il discorso si fa più sottile, ma sempre di territorio ci parli: di quell’esserci dentro e provare a viverlo fino in fondo.

Esattamente. Entrambi gli spettacoli condividono tre elementi: un discorso territorio, sulla lingua e sulla mia biografia. Il tema regionale, che in Veneti Fair raccontava un certo Veneto attraverso una carrellata di personaggi, torna anche in Piccolo Mondo Alpino, in cui quattro fratelli raccontano dal loro punto di vista la montagna veneta. In tutti e due gli spettacoli, inoltre, la lingua di scena è il vicentino del nord, non una lingua veneta generica. E infine, entrambi questi lavori prendono spunto dalla vita vera: in Veneti Fair raccontavo l’amore per la mia terra, cercando però di non essere cieca, capendone il bene e il male, anche tenendo conto della mia esperienza di emigrata; in Piccolo Mondo Alpino metto ancora più in luce la terra dove sono nata, Tonezza del Cimone, in provincia di Vicenza, a 1000 metri di altitudine. Paradossalmente, però, mentre in Veneti Fair Tonezza era addirittura nominato, inPiccolo Mondo Alpino la questione è più sottile, perché lo spettacolo rimane su una linea geograficamente sospesa. Mi interessava lavorare su un piano meno documentario (Veneti Fair è un “cabaret documentario”, nato da vere e proprie interviste) e molto più visionario: sia per quanto riguarda la scena che la drammaturgia. Piccolo Mondo Alpino è uno spettacolo simbolico, in cui non si capisce se la storia narrata sia sogno o realtà. Racconta di quattro fratelli che, loro malgrado, ereditano un hotel in montagna e si ritrovano a gestirlo. Ma la neve non arriva, e di conseguenza nemmeno i turisti. E scatta il dramma: in questo spettacolo non arriva mai la “stagione”, e i protagonisti vivono in una sorta di inverno emotivo prolungato.

Possiamo affermare che, a partire da Veneti Fair, lo studio sullo stereotipo è uno degli stimoli intellettuali che ti hanno guidata anche alla creazione di Piccolo Mondo Alpino?

Direi proprio di sì, ed è un concetto che ricollego all’idea di maschera. Nel mio teatro sto cercando una chiave contemporanea popolare per parlare del Veneto: è un po’ come se stessi continuando a lavorare sulle maschere della commedia dell’arte, per ritrovarne la vena comica. La leva della comicità apre il cuore e, in entrambi gli spettacoli, fa abbassare la guardia al pubblico, lo rende più disponibile all’ascolto. La questione degli stereotipi è controversa: hanno un grande potere, perché sono mentitori ma dicono anche grandi verità. Nel mio lavoro sono alla ricerca delle piccole verità racchiuse nei luoghi comuni: non riesco a fare del “grande” teatro, piuttosto mi concentro su piccole storie, sulle microstorie direi, che possano essere capite da tutti, dando più livelli di fruizione possibili: dagli adulti ai bambini. Ciò che mi colpisce molto del pubblico, poi, è il suo desiderio di lavarsi la coscienza: cerca di tirarsi fuori da quello che racconto, rifiuta e non si riconosce nello stereotipo che gli presento. E dev’essere così, perché lo stereotipo, appunto, mente.

Gli uomini e le donne di montagna stupiscono spesso i cittadini “urbani” per la semplicità e l’essenzialità delle loro vite. Spesso anche per la freddezza dei rapporti interpersonali, calibrati, di contro, da un fortissimo senso di comunità, che si tramuta nel rispetto delle regole e dell’ambiente. Mi sembra allora che alla base della scelta di mettere in scena questo testo non possa che esserci una fortissima spinta etica, che in ambito artistico tra l’altro è condivisa da molta letteratura – da Erri De Luca a Mauro Corona, tornando indietro fino al Maestro, Mario Rigoni Stern.

Per preparare Piccolo Mondo Alpino, mio fratello Diego e io abbiamo letto un saggio intitolatoTristi montagne – Guida ai malesseri alpini di Christian Arnoldi. Racconta dei problemi di chi vive in montagna; e ciò che mi ha colpito maggiormente è l’approfondimento dedicato agli abitanti di montagna delle località turistiche: con una sorta di doppia vita, un po’ come degli attori che vanno in scena quando arrivano i turisti, si preoccupano di essere ciò che i turisti si aspettano, dotati di alpenstock e cappello da alpino, rispettosi della natura e sorridenti. È un atteggiamento molto radicato di cui molti non si rendono nemmeno conto. E inizia un contrasto di sentimenti; il montanaro sente i turisti che gli dicono “beato te che vivi in questo paradiso”, ma risponde a se stesso: “è vero, sto in paradiso, ma com’è che sto così male?”. Gli viene meno il coraggio di far uscire il proprio malessere, e sviluppa un senso di colpa inespresso, che degenera talvolta anche in atti di violenza: non è un caso che la regione d’Italia col più alto tasso di suicidi sia il Trentino Alto Adige. Piccolo Mondo Alpino è quindi assolutamente una riflessione sull’essere umano, sul suo rapporto con la natura e con la società. Il doppio volto del luogo è anche il doppio volto di chi lì ci vive: il mio desiderio etico, ricollegandomi alla tua domanda, è quello di mostrare, di far emergere, raccontandolo con trasparenza, il rapporto di amore e di odio, di appartenenza ma anche di distanza, dell’uomo con il luogo. In fondo i quattro personaggi vivono in una bellissima gabbia fisica e morale; lo capiscono, se ne accorgono: ma non hanno coraggio di uscire dalla gabbia.

A proposito di gabbie e di catene: c’è un promo nel tuo sito in cui i due protagonisti sono incatenati agli sci per terra, ma fluttuano in aria col resto del corpo. Sembra di capire che in questa messa in scena sia presente anche una forte drammaturgia del corpo.

Piccolo Mondo Alpino è uno spettacolo statico, basato su piccoli gesti; i protagonisti sono quasi sempre seduti: o sulla seggiovia, o a tavola, davanti a un risotto coi funghi. La scena che citi è forse la più liberatoria: ce la faranno a prendere il volo, a liberarsi dalla loro condizione? In questa staticità ritrovo una drammaturgia del corpo, perché quello che mi interessava rappresentare era il fallimento del movimento, della fuga; ad un certo punto, uno dei personaggi dice persino: “Non potevo andare via, perché questo mondo è talmente piccolo che ti si incolla addosso, te lo ritrovi in tasca, sulla la pelle, sotto la pelle”. Nella scena degli sci c’è una tensione verso l’alto e verso l’altro; e il limite rappresentato fisicamente, in realtà è mentale: perché in fondo ci vuole coraggio per abbandonare i propri luoghi; anche se la odi, la tua terra di provenienza è come un parente, rimane.

Il lavoro prende le mosse da molti ricordi autobiografici dei due autori. Qual è stato il personale “piccolo mondo alpino” tuo e di Diego, autori, interpreti e fratelli?

All’inizio avevo pensato di scrivere qualcosa ispirandomi a Twin Peaks: lo guardavo spesso, e mi aveva colpito perché in quel telefilm si parlava di un paese bellissimo, in cui tutti vivono bene, sereni, ma in cui all’improvviso una ragazza viene ritrovata morta e si iniziano a scoprire gli altarini degli abitanti. Un qualcosa di simile a Piccolo Mondo Alpino, da un certo punto di vista. Poi Diego, che al contrario di me vive tuttora in montagna, mi ha passato Tristi montagne e ci siamo buttati a capofitto nell’avventura. Diego in modo particolare, dato che non è attore di professione: e sono sorpresa dalla sua bravura sul palco. Ci tengo a sottolineare che Roberto Di Fresco ha creato le musiche originali dello spettacolo: in parte elettroniche – da visione, da sogno, da incubo -, in parte costruite anche grazie a registrazioni in ambiente, catturando i suoni della montagna ma anche quelli dell’industria della montagna, come la seggiovia, gli attacchi degli sci. E per quanto riguarda il nostro “piccolo mondo alpino” autobiografico: fortunatamente rispetto allo spettacolo la nostra vita in montagna è stata molto meno cupa. Non ho mai pensato di suicidarmi, per esempio, cosa di cui invece i nostri protagonisti parlano in continuazione. Ma io e Diego abbiamo comunque vissuto la sensazione da “cambio di pelle” delle località turistiche, la differenza tra i giorni di stagione e quelli del fuori stagione. Se penso poi alle cose successe nel mio paese, storie che non ho vissuto direttamente ma che ho sentito raccontare (morti violente, morti per alcool, incidenti stradali in percentuali spaventose)… questo spettacolo gli farebbe il solletico.

di www.nonsolocinema.com

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