Le Comunità Montane, tutelano l’assetto idrogeologico del Piemonte

Lido Riba, presidente Uncem Piemonte: “Si tratta di uno dei principali compiti che la Regione ci ha affidato. Dobbiamo però avere risorse e competenze dirette”. In ballo 25 milioni di euro…

Amministratori, sindaci, tecnici e personale delle ventidue Comunità montane sono impegnati da  quarant’anni per rispondere a uno dei principali compiti affidati agli    enti sovraccomunali delle Terre Altedirettamente dalla Regione Piemonte: la tutela dell’assetto idrogeologico del territorio montano.

Una lunga serie di interventi importantissimi, quelli messi in piedi negli ultimi vent’anni.

La legge regionale 40 del 4 settembre 1975, aveva trasferito alle  Comunità montane (nate dalla legge nazionale 1102 del 1971) le  funzioni in materia di bonifica montana; compiti sanciti anche nei  testi legislativi successivi riferiti alla montagna: la legge 16 del 1999 è ancor oggi un atto fondamentale in questa direzione, con una  specifica dotazione finanziaria.

Le competenze in materia di tutela  dell’assetto idrogeologico sono poi state confermate con il riordino  degli enti nel 2008, quando le Comunità montane sono state ridotte da  48 a 22, e collocate come “Agenzie di sviluppo” e unioni di Comuni per la gestione associata dei servizi.

«Le competenze e le conoscenze  maturate da sindaci, amministratori, tecnici, personale delle Comunità montane, decine di volontari, in quarant’anni, non hanno pari” –  spiega  il presidente dell’Uncem Piemonte, Lido Riba–  “Gli interventi  non sono  improvvisati a tavolino, decisi in un palazzo romano o  torinese, ma verificati direttamente grazie alla conoscenza perfetta del territorio.

Una pianificazione precisa che negli ultimi  vent’anni si è  trasformata in centinaia di interventi, più o meno grandi, tutti concordati dalle Comunità montane con la direzione Opere Pubbliche, Difesa del Suolo, Economia Montana e Foreste della  Regione Piemonte. I singoli Comuni non possono operare soli in questo campo. Hanno bisogno  di un ente superiore che ragioni sull’intera  vallata, da cima a fondo, sulle aste fluviali e sui bacini  imbriferi».

«Le Comunità montane – proseguono Dina Benna e Giovanni  Francini, vicepresidenti dell’Uncem  Piemonte – sono il soggetto più idoneo a gestire questo compito. Non è  n caso che la Regione  Piemonte l’abbia sempre assegnato, in tutte le leggi di riordino  degli enti locali, alle Comunità montane. Se la  montagna frana, si  abbatte sulla città e questo non possiamo  permetterlo. Sarebbe  drammatico non avere le risorse e non avere enti  come le Comunità  montane capaci di contribuire alla tutela  dell’assetto idrogeologico  della nostra regione e dell’Italia. Anche  in Lombardia, Veneto,  Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia le  Comunità montane sono  enti di bonifica territoriale, che collaborano  ovviamente con Comuni, Regione, Province e con i dipartimenti  regionali di Protezione Civile».

Con il Programma di interventi di  sistemazione e manutenzione montana, in accordo con le Autorità  d’Ambito, vengono uniformate su tutto il territorio montano (553  Comuni del Piemonte, per il 52 per cento della superficie) le attività di pianificazione e programmazione, con un coordinamento di  finanziamenti che ottimizza le risorse disponibili.

«Gli eventi alluvionali e i dissesti idrogeologici nella nostra  regione – afferma Riba  si mangiano quasi 500 milioni di euro  all’anno. Non si potrebbe utilizzare una parte di questi soldi per  prevenire anziché ricostruire? Le Comunità montane piemontesi oggi  hanno un finanziamento di 25 milioni di euro l’anno previsto dalla  legge 13 del 1997. La legge piemontese vigente stabilisce infatti che  venga assegnata alle Comunità montane una quota della tariffa  dell’acqua potabile, in misura non inferiore al 3 per cento (stabilita    dalle Province)”.

Lo ha ribadito ieri  anche l’Assessore alla Montagna della Provincia di Torino, Marco  Balagna. «In queste ore, le Comunità Montane che esercitano in modo  associato le competenze sulla Protezione Civile stanno dimostrando  organizzazione, capacità di presidio del territorio, di coordinamento  e di mobilitazione del volontariato: in una parola, sono vicine alla  popolazione. Abolirle o trasformarle in semplici unioni di Comuni  sarebbe un grande errore».

«Oggi c’è bisogno di un lavoro silenzioso e oscuro di manutenzione e  costante cura, e non gli effetti speciali che produce il ponte sullo  stretto di Messina –afferma Enrico Borghi, presidente nazionale  dell’Uncem e vicepresidente dell’Anci – L’Italia riscopre amaramente  quello che aveva dimenticato: che è una nazione montana, in cui la  relazione tra montagna e città deve essere costruita perché una  montagna abbandonata frana a valle. Bisogna però cambiare, e sul  serio. Abbandonare la politica delle lacrime di coccodrillo, e credere    nella manutenzione e nella salvaguardia dei versanti. E per farlo  occorre avere fiducia del territorio montano e dei suoi  amministratori, che sono la medicina e non il problema».

di www.atnews.it

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