L’Anima di un’isola, articolo per chi viene la prima volta in Sardegna

L’Anima autentica della Sardegna non è solamente nel mare cristallino che lambisce scogliere e spiagge, nel profumo della sua vegetazione mediterranea, nelle melodie delle feste popolari e nelle magiche singolarità delle sue grotte carsiche. Dette caratteristiche non bastano per definire compiutamente l’Anima di una terra eletta. Occorre aggiungere il senso sconvolgente di libertà, immensa, che si avverte in certi luoghi dell’interno e l’unicità caratteriale, fierissima, delle popolazioni, sublimata dai costumi da cerimonia eleganti e mai banali che reclamano ammirazione per le audacie cromatiche. La Sardegna non è solo questo, occorre aggiungere i suoi monumenti preistorici e storici, le miniere, i pascoli, la fertilità unica di una terra solare sempre pettinata dal vento. Il vento è una delle tante singolarità che animano questa terra. L’insistenza del soffio, con la quale i Sardi dialogano e conversano amichevolmente, anche quando la veemenza del maestrale modella geometrie di sughere e olivastri, è probabilmente parte essenziale di unasardità che emerge tra lo spumeggiare del mare. Lasardità è l’Anima della Sardegna: un timbro vocale, una percezione profumata di non so che d’ancestrale, l’incanto e il mistero che avvolgono la malia degli occhi bellissimi delle donne, il verde delle colline, a febbraio, mentre sboccia l’immensità della fioritura spontanea dove fanno capolino le orchidee nane, il suono ovattato e pastorale delle launeddas. La luce e lo spazio geografico in Sardegna sono dilatati: come arrivi senti il bisogno di cambiare gli occhiali da sole per la nuova luminosità che ti avvolge, certe alture ti sembrano monti più alti delle Alpi, certi spazi appaiono immensi come il deserto del Gobi, certi silenzi ti riempiono il cuore di timbri sonori dimenticati, come il suono delle campane nel giorno di Pasqua nei paesi d’Abruzzo. In tale giorno, in Sardegna, il suono delle campane è affievolito dagli spari festeggianti l’incontro avvenuto tra i cortei che seguono la statua di Gesù e quelli che seguono il simulacro della Madonna. E’ un’usanza assai viva, come lo sono le Feste dei Ceri a Sassari, Iglesias, Nulvi e Ploaghe. Le gare d’ardimento a cavallo di Santu Lussurgiu, Pozzo Maggiore e la famosissima Ardia di Sedilo non ricalcano le quintane medioevali: risalgono ad epoche più lontane. I cerimoniali di molte feste sono tra le essenze indimenticabili del patrimonio di suggestioni che ti arpeggiano nel cuore, quali la S’Artiglia di Oristano a carnevale, l’Incontro di Oliena a Pasqua, Sant’Efisio a Cagliari il 1° maggio, la Cavalcata Sarda di Sassari, la Festa del Redentore a Nuoro,  per non parlare dei riti della Settimana Santa, suggestivi ovunque: sublimi ad Iglesias e di grande pathos, per le origini misteriose dei costumi, la Deposizione di Domusnovas. L’antico popolo sardo, oltre ad aver inventato la metallurgia, il culto dei morti e degli eroi, l’ordalia senza spargimento di sangue (pozzi sacri), il culto dell’acqua, il rito dell’incubazione (cura del sonno) ed essere stato tra i primi ad essere monoteista, è stato un profondo conoscitore dei cicli lunari e solari che hanno favorito, dopo l’ultima glaciazione, l’evoluzione da popolo di cacciatori in comunità agricola e guerriera. Ogni sito archeologico sorge tra poesie struggenti di panorami ove la maestà dell’ambiente incastona l’edificio primordiale (sia d’epoca neolitica sia nuragica). Questo senso estetico atavico dei Sardi, è rimasto immune nel tempo, oggi testimoniato dall’inesauribile creatività dei gioielli da ornamento femminile, dai mille modi di decorare il pane, i dolci, la ceramica artigianale e nella moda. La Gente sarda, l’ancient people, capacissima di navigare in epoche remote duemila anni prima dei Fenici, amava i giochi d’acqua per l’ornamento delle proprie campagne, per puro diletto spirituale, così come noi lo facciamo con le fontane artistiche e aveva inventato la sauna nell’Età del Bronzo (forse anche prima).

L’agricoltura è sempre stata la gemma della Sardegna: per molto tempo, dall’epoca cartaginese a quella romana, è stata il granaio del Mediterraneo. Ne sono derivate prelibatezze autentiche e saporite, rappresentate dai piatti tradizionali: su pani frattau, culurgiones ovvero ravioli di patate, maccaroni de busa, zuppa gallurese, su succu, malloreddus alla campidanese, is pillos, sappueddus, capretto, porchetto, pecora in cappotto, pesci d’ogni genere, il tutto accompagnato da vini bianchi deliziosi (vermentino) o rossi robusti, tosti (cannonau) e rossi meno corposi (monica). A suggello e chiosa d’ogni pasto contadino vi è sempre un dolcetto sopraffino ed artisticamente guarnito, oltre ad un sorso di moscato da dar giù di testa. A tutti i gruppi che ho portato sulle rive del Rio Flumineddu, provenendo dal baratro di Monte Tiscali e scendendo dalla Scala di Surtana, prima di condurli a Su Gorropu, ho sempre fatto offrire, dalle mie guide, salsicce d’Irgoli allo spiedo, pane carasau con ricotta e miele, annaffiato da vino moscato. I prodotti caseari ovini e caprini completano una carrellata armoniosa di delizie per il palati più esigenti con la dovizia dei formaggi e gli yogurt “sa frue” del nuorese e “su casu axedu” del Sulcis. Il capolavoro dell’arte culinaria sarda, oltre il pane carasau, è indubbiamente “su filindeu”, ormai appannaggio di rari agriturismi nuoresi. Flora e fauna arricchiscono questo paradiso terrestre. In merito alle particolarità delle essenze profumate floreali, occorre riconoscere che il timo delle montagne di Desulo penetra in ogni parte del corpo, non solo nelle narici, così come l’elicriso della Foresta di Pula e l’olezzo primigenio della centaura orrida (fossile vivente) delle scogliere di Capo Rosso nell’Isola di San Pietro e Capo Caccia d’Alghero. Ancora sulla flora, l’appagamento visivo, unico, che donano le distese di peonia rosa sui monti di Domusnovas e nella Foresta Selene di Lanusei. Oltre agli endemismi botanici, vi sono uliveti millenari, vitigni cresciuti nella sabbia (carignano del Sulcis), melograni dai semi succosi color granato e agrumi d’ogni tipo compresi il bergamotto ed il lima di cui voi che mi leggete non avete mai sentito nominare (il ritornello delle bambine quando per strada si giocava con la corda era: lima, limone, arancio, mandarino…). Nelle campagne e sui monti si trovano tartarughe di terra e d’acqua dolce, rettili non velenosi, cinghiali, cervi di razza sarda, daini, martore, furetti, volpi. Nel Supramonte, Gennargentu e Foresta del Montarbo vi è sua maestà il muflone. E’ facilissimo imbattersi nei voli di gheppi, poiane, astori e nibbi, ma niente è più affascinante degli scenari che offrono gli stagni con i fenicotteri, aironi, garzette, cavalieri d’Italia, piro piro, cormorani, svassi e l’immancabile falco pescatore. Quindi, qual è l’anima della Sardegna, maliarda come la Circe che incantò Ulisse? Belli miei, l’Anima della Sardegna è la sua gente, arguta, coraggiosa, leale, risparmiosa, intelligente, legata, anzi legatissima alle proprie tradizioni e conoscitrice della lunga storia di una stirpe gloriosa che è stata culla della civiltà mediterranea. Sbaglio o state pensando che sappia magnificare soltanto il passato..?  Bene, l’avete voluta, non cimentatevi con i ragazzi sardi al computer: sarete inesorabilmente surclassati, poi, per continuare a farvi subire batoste, vi accompagno nelle campagne di Benetutti per partecipare ad un torneo di morra. L’anima della Sardegna è la gente che unisce con semplicità la tradizione al nuovo. Esempio, fate una ricerca per constatare quanti computer Mackintosh vi sono negli uffici dei web master sardi: in percentuale è la più alta d’Europa. La Sardegna è sempre stata in testa, a livello europeo, con l’innovazione delle nuove tecnologie, non solo iPhone e Android ma anche energia rinnovabile dell’eolico e solare.

di targatocn.it

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