La sfida degli operai-alpinisti nel cantiere più alto d’Europa

Lavorano a quota 3400 metri per costruire la nuova funivia del Monte Bianco.

C’ è un uomo grande e grosso che ha meno di trent’anni e da una settimana sta su, in cima al tetto dell’Italia, a mescolare cemento, manovrare ruspe piccole e giganti, spostare rocce. Ghiacciate. Arriva dal Ghana e adesso se ne sta lì, stretto nella sua tuta rossa, imbottito come un pinguino, con il cappellino in microfibra nero e le mani nodose a sfidare il vento gelato che ti taglia la faccia e la neve che non vuole andarsene. La cima del Monte Bianco è lì, sembra quasi si possa toccare. Giri gli occhi e c’è il Dente del Gigante. L’uomo del Ghana sorride: «Fa freddo, sì. Ma poi ti abitui. Sono due anni che lavoro qui».

Il «qui» è punta Helbronner, dove nel 2015 arriverà la nuova funivia del Monte Bianco. Duemila metri di salita quasi verticale partendo da Courmayeur: cabine girevoli, wifi, un sistema supertecnologico che indicherà ai turisti nome ed altezza delle cime che stanno osservando. Il «qui», per ora, è soltanto un immenso cantiere, il più alto d’Italia, messo su per rifare la funivia. Un investimento da 105 milioni: il 20% solo per attrezzare l’area dei lavori. Un’opera ciclopica, quasi. Che deve fare i conti con il meteo, le difficoltà tecniche e i limiti che la natura ha imposto all’uomo. Se i problemi pratici si possono superare con trovate ingegneristiche, sono gli aspetti umani quelli più complessi.

Lavorare a 3 mila e 400 metri quota è un’attività estrema che deve fare i conti con un meteo impazzito rispetto alla pianura – fino a una settimana fa regalava ancora neve un giorno sì e uno no – e con un calo di pressione che ti fa andare tilt. Senza contare che lì si fatica per otto o dieci ore al giorno, spostando pesi su e giù per la montagna. E per questa ragione ci si può anche ammalare. Un dato per tutti: lo scorso anno una decina di operai è stata fatta scendere di gran carriera. Erano tutti affetti da Ams, la sindrome di mal di montagna. Colpa del fatto che a quelle quote la pressione barometrica cala e il respiro è più povero di ossigeno. Per compensare si inspira aria più in fretta. E lo sforzo diventa evidente. Abituarsi a quel clima è questione di fisico, non di voglia. E l’Ams – acute mountain sikness – è in agguato. Il mal di testa è il guaio minore. Poi arrivano gli svenimenti, il sonno che sparisce e mille altre complicazioni. Nei casi peggiori si rischia la vita.

Dieci uomini lo scorso anno si sono arresi, o li hanno fatti arrendere quelli del Cordée Mont Blanc, consorzio di imprese capeggiato dalla Cogeis. Li hanno portati a valle con l’elicottero quando il meteo era clemente, oppure con la funivia.

Quest’anno, dopo un inverno infinito, che ha reso impraticabile la cima per cinque mesi, hanno affrontato il problema come se si trattasse di una spedizione alpinistica sul Bianco. O sull’Himalaya. Prima hanno sottoposto gli operai alle normali visite mediche. Poi a una prova simulata di fatica in alta quota, in un laboratorio che l’Asl di Aosta ha attrezzato apposta per quel cantiere. Così medici e dirigenti hanno scelto, e senza prova d’appello, chi poteva andare lassù. A punta Helbronner, dove quasi si sfiora la cima del Bianco. «Ne abbiamo scartati parecchi. Era questione di prudenza e di serietà» taglia corto Renzo Cipriano direttore di cantiere della Cogeis. A metà aprile i prescelti sono saliti in quota. Una trentina in tutto. Ora lavorano su due turni. Quando quelli del giorno scavano il permafrost – quel conglomerato di rocce e ghiaccio che forma la cima – gli altri dormono al rifugio Torino. Quando i primi vanno a riposarsi, gli altri si alzano e iniziano a scavare, stendere cemento, spostare rocce. E non importa se si è nel cuore della notte: i fari alogeni illuminano a giorno la montagna.

Le squadre se ne stanno lassù per sette giorni consecutivi. Poi rientrano a valle per 96 ore di riposo che faranno tornare le loro funzioni vitali a livello di normalità. Nel frattempo il loro posto viene preso da un’altra squadra. E via così, all’infinito.

«All’inizio pensavamo a turni di 5 giorni in quota e due in pianura. Ma abbiamo visto che il fisico non era in grado di recuperare e così abbiamo inventato una formula del 7 più 4. Funziona» commenta Sergio Ravet, il coordinatore della sicurezza nel cantiere, l’uomo che deve vigilare che anche a due passi dal Monte Bianco siano rispettate le regole. E che nessuno si faccia male. Certo, poi è tutto relativo: qui, ad esempio, può capitare di vedere una mini ruspa che scava mentre i suoi cingoli sono quasi sospesi nel nulla. O che gli operai salgano o scendano con agilità da camosci scale con due dita di ghiaccio che s’è formato in una notte di temperatura precipitata a meno 10 e vento a cento chilometri l’ora. Ecco è qui che lavora l’uomo del Ghana. Lui e altri 29 ragazzi, quasi tutte della valle. Tra salite e discese le squadre lavoreranno lassù per 100 giorni. Poi tornerà il brutto tempo. «Cento giorni – dice Cipriano – che valgono un anno di fatiche in pianura». Cento giorni prima di un altro inverno polare quando nella Vallée Blanche si potranno incrociare al massimo gli alpinisti o gli sciatori in fuoripista. Anche la loro è fatica. Ma è niente rispetto a quella dei 30 sherpa dell’Helbronner.

di LODOVICO POLETTO – www.lastampa.it

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