La Passione dei montanari anarchici di Erto

Un saggio di Filippin racconta la montagna di Corona e la “crocefissione” di una comunità. Rumiz: «Popolo di resistenti»

Esce per Biblioteca dell’Immagine un testo su un rituale che ha ben trecento anni e che combina in sé «una miscela arcaica di sacro e sacrilego, una visione profana del mondo e della propria vita»: è “La Via Crucis di Erto, i Cagnudei” (130 pagine, 13 euro), scritto da Italo Filippin (con Piergiorgio Grizzo) e illustrato da Matteo Corona. Cangudei è il nome della sacra rappresentazione del Venerdí Santo, «quella gigantesca opera lirica nella quale un intero paese si immedesima e si racconta nella morte del Cristo. Perché la vita e la storia di Erto sembrano esse stesse una via Crucis». Ma ecco cose ne dice il giornalista e scrittore Paolo Rumiz nella prefazione al testo.

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«Dammi un’occhiata a questo manoscritto» mi ha detto un giorno Italo a sorpresa, mettendomi in mano una risma di carta. Quella sera stessa mi sono messo a leggere e non ho smesso fino alle tre del mattino. Leggendo, brontolavo tra me e me, perché non riuscivo a capire come quel montanaro privo di una collaudata esperienza di scrittura potesse farmi entrare cosí efficacemente in quel mondo di ghiaie e strapiombi e farmene sentire persino l’odore. E piú leggevo, piú mi rendevo conto che il segreto di questa efficacia stava nell’oralità della cultura ertana e nell’epopea che quella comunità aveva vissuto. Spietata e immaginifica. Non so come definire Erto altrimenti.

Sulle sue gole maledette la selezione della specie è stata tremenda. Gli strapiombi, l’esilio di ergastolani, i temporali, la fame, l’alcolismo, l’invasione dei signori dell’energia, lo stupro degli ingegneri, la frana piú grande del Pianeta, il tuono e l’alluvione, la montagna raschiata via, la spietatezza della burocrazia, l’esilio, la solitudine, l’allucinazione di un lago che non c’è piú. Di tutto è caduto addosso in un secolo su questa comunità abitatrice di una delle terre piú aspre d’Italia. Ovunque una simile sequela di disgrazie avrebbe avuto come conseguenza la fuga e l’abbandono. Qui ha generato il suo contrario: un testardo ritorno alla terra dei padri.

E ha scolpito nel legno una razza speciale, un popolo di resistenti segnato da un tasso di creatività tra i piú alti del mondo. Mauro Corona – il coboldo-narratore di una natura dolce e terribile, arrampicatore-scultore rintanato in una bottega affollata di libri, incubi e fantasticherie – ha aperto la strada, poi sono venuti gli altri. Intagliatori di legno, novellisti, costruttori di sacre rappresentazioni. Ma tutti, Corona incluso, sono figli degli dèi partigiani di quelle montagne generatrici di immagini, come dimostra la processione del Venerdí Santo raccontata in questo libro di Italo Filippin. Non sono capace di spiegare, ripeto, come un paese di 400 anime abbia potuto dare tutto questo. Erto è uno dei pochi posti della montagna italiana – quella montagna dimenticata e autentica dove, come dice Corona, non “nevica firmato” e nessuno mette gerani alle finestre – che non si vergogna delle proprie radici.

L’esilio e il ritorno hanno creato nei sopravvissuti alla catastrofe del ‘63 un orgoglio molto speciale dell’appartenenza, non ravvisabile altrove sulle Alpi. A Erto la gente sa di essere “speciale” e vende ai visitatori un’identità che non è banalmente quella dei disastrati, ma quella di un luogo che scava le coscienze, costruisce valori, arte, storie, filò, narrazioni collettive, riti. Tutta roba scomparsa in pianura. Me ne accorsi quando vidi per la prima volta la processione del Venerdí Santo, in una sera di pioggia che buttava in nevischio. La verosimiglianza era tale che, avvicinandomi a Giuda, ebbi paura di diventare Giuda. La comunità mi inglobava, mi rinchiudeva in un abbraccio che diventava una morsa, non mi lasciava letteralmente andare via. Il processo di identificazione nella comunità era cosí forte tra quelli di Erto e Casso, che capii di essere entrato a farne parte, anche se solo per pochi istanti.

L’autore di questo manoscritto interpretava Caifa, se non ricordo male, e in lui non vidi che Caifa, esattamente come nel Nazareno non vidi che Cristo e in Pilato il suo personaggio. Per questo ritengo che il libro di Filippin – amico, guardiacaccia e battitore di aspri sentieri – non racconti solo una crocefissione collettiva, ma entri nel mistero piú arcano di Erto, indaghi con parole scarne soprattutto nel senso di quel ritorno a furor di popolo degli anni Settanta, di quell’abbarbicarsi alle crode in faccia al potere, all’economia globale, ai burocrati, agli ingegneri e alla forza pubblica. Una rivolta contro tutto ciò che determina, muove e sorveglia l’appiattimento e la semplificazione della società italiana, il suo scivolare – anche orograficamente – verso il basso, il banale. Anarchia, dunque, e ribellione all’annientamento.

Ed è un mistero, questo, legato a una percezione ancora pagana del sacro, inteso come inafferrabile nucleo identitario, liturgia oscura e terribile, abitatrice di penombre, lontana dalle gerarchie ecclesiastiche e allergica ai luoghi troppo illuminati. Una religiosità anticlericale tipica delle terre sconfitte, dove un rapporto quasi personale (e persino utilitario) con Dio emerge con forza piú dalla bestemmia che dalla domanda di grazia, piú dalle scudisciate dei soldati sul colle di Val de Nere, Golgota del Venerdí ertano, che dall’“Ora pro nobis” del prete. Tutto questo ho pensato nella notte in cui ho divorato questo libro, risentendo lo scroscio del Vajont in fondo al deserto di ghiaie.

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