Il Cai scommette: «Montagna più sicura con la tecnologia»

Il presidente Carrer prende spunto dall’evento di domenica «Con la banda larga i rifugi diventeranno presidi sanitari»

AGORDO. Sempre più numerosi cinesi, giapponesi, escursionisti dell’Estremo Oriente chiedono di frequentare le

foto di Caiagordo.it

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Dolomiti dell’Unesco scalate l’altro ieri dal Cai.. «Un nuovo mondo si apre per il turismo delle terre alte», ammette Francesco Carrer, presidente del Club alpino Veneto. «Immaginarsi se possiamo riempire queste vallate di una colata d’asfalto, per recarci più in fretta a Monaco, quando le Alpi sono attraversate a piedi e in bicicletta già di migliaia di appassionati della natura, provenienti dal Centro Europa, persino dalla Scandinavia».

Sospirando di sollievo per la riuscita dell’impresa di domenica, con circa 2 mila uomini su tutte le vette, piccole e grandi, Carrer ribadisce un rotondo no al proseguimento dell’autostrada, ricordando, fra l’altro, che il Cai si è dato un preciso codice etico e che questo è molto prescrittivo contro ogni possibile sfruttamento della montagna.

Soddisfatto, dunque, dell’evento di domenica?

«Ovviamente sì. Ma per noi non è un evento, perché ogni domenica, spesso anche il sabato, le 64 sezioni del Cai Veneto si portano sulle nostre montagne, mobilitando decine di migliaia di associati e di loro amici. I nostri soci, infatti, sono ben 54 mila».

Quali ‘lezioni’ si possono ricavare dalle salite di domenica?

«La prima lezione è quella della sicurezza. Nessuno dei 2 mila partecipanti era uno scalatore improvvisato. Tutti vanno in quota dopo essersi formati ai corsi. E tutti, si badi, erano e sono assicurati».

Questo vuol dire che anche chi non è socio Cai dovrebbe fare l’assicurazione per salire in montagna?

«Io sono, per principio, contro l’obbligatorietà. Ma tutti dovrebbero avvertire la responsabilità di accendere un’assicurazione, poiché rischiano di mettere a repentaglio loro stessi e chi li deve eventualmente soccorrere».

Una seconda “lezione”, se permette, è quella della tecnologia, anch’essa per altro a servizio della sicurezza.

«L’abbiamo sperimentato ad Agordo quanto vale la banda larga in montagna, che riesce a mettere in contatto anche il più sperduto rifugio con tutto il mondo. Oggi abbiamo in collegamento 35 rifugi su 43. L’assessore Finozzici ha assicurato che sta cercando le risorse per dare copertura a tutti i rifugi».

Rifugi che diventeranno dei piccoli presidi sanitari?

«Proprio così. Dispongono già della banda larga. Saranno dotati dell’attrezzatura indispensabile per la telemedicina. Si tratta di una specie di sedia dove il paziente verrà sistemato per un controllo in tempo reale da parte dell’ospedale di competenza, grazie appunto alla banda larga. Si tratta, in prospettiva, di un grande risparmio in termini di risorse e di uomini. Quasi tutti i rifugi, inoltre, sono dotati del defibrillatore».

Viste dall’alto, come domenica, le Dolomiti dell’Unesco di che cosa hanno bisogno?

«Di fatti concreti, che arriveranno con la presidenza di Bolzano, dopo gli anni dell’inefficienza bellunese, a causa della mancanza di una Provincia. Importante e decisiva sarà la partenza della rete dei gruppi, per rendere più popolare la difesa e la valorizzazione delle terre alte. Ci sono attese fortissime in tutto il mondo da parte del turismo alpino».

Ma il proseguimento dell’autostrada è inconciliabile con questa prospettiva? «Mi pare proprio di sì».

di Francesco Dal Mas corrierealpi.gelocal.it

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