Gottardo,spari sugli operai italiani La vergogna del primo traforo

L’inaugurazione della nuova Galleria aiuta a ricordare la strage del 1875,
che costò la vita a quattro persone dopo la protesta per le condizioni di lavoro

di Gian Antonio Stella

«Le fucilazioni di Göschenen non si sono perdute nel tunnel del 1880_Gotthardtunnel_BauarbeiterGottardo! Il loro frastuono ha passato i monti e i mari e rimbomba ovunque il povero lotta, soffre e muore a causa del ricco». Félix Pyat, polemista e drammaturgo, era furibondo, nella sua Lettera agli operai svizzeri del 5 settembre 1875 contro i miliziani prezzolati dai costruttori della prima galleria ferroviaria che avevano sparato sugli operai disarmati «perforando le loro bluse come i loro avi le corazze di Gessler», il prepotente balivo austriaco nemico di Guglielmo Tell.

Spari contro gli scioperanti in una stampa d’epoca
Spari contro gli scioperanti in una stampa d’epoca

Ma cosa è rimasto nella memoria degli italiani, in questi giorni in cui anche Matteo Renzi è andato a festeggiare l’inaugurazione del nuovo traforo (celebrata perfino dallo show di ballerini vestiti da minatori!) della tragica costruzione del primo traforo aperto nel 1882? Niente. O quasi. Solo le parole di un canto sulle note che nella Grande Guerra saranno poi usate dagli alpini per la leggendaria Ta-pum: «Maledeto sia el Gotardo/ l’ingegneri che l’àn progetà/ e quei pori minatori/ soto i colpi o xè restà». Versione veneta di un lamento in tutti i nostri dialetti settentrionali…

Spiega infatti Konrad Kuoni in La costruzione della galleria ferroviaria del San Gottardo in termini economici, politici e sociali che gli operai erano per il 94% piemontesi, lombardi, veneti, toscani più per un altro 3% trentini, che allora erano sudditi austriaci. Solo due su cento erano svizzeri. E c’è da capirlo. Il lavoro era infatti bestiale.

I nostri operai sul versante di Göschenen nel cantone di Uri, come sarà spiegato giorni dopo al Congresso del Canton Giura dell’Associazione internazionale dei lavoratori, «chiedevano che le 24 ore giornaliere fossero ripartite non più fra tre, ma quattro squadre, ognuna delle quali avrebbe quindi lavorato 6 ore: 8 ore consecutive nel baratro buio e soffocante del tunnel, in mezzo a un fumo che tappava gli occhi, era un compito al di là delle forze umane».

Inoltre, proseguiva il documento, «quando l’impresa dava ai lavoratori degli acconti sulla paga, dava loro non dei soldi ma dei buoni di carta che albergatori e commercianti non accettavano se non trattenendo uno sconto. I lavoratori così erano costretti, per non subire questo taglio, a comprare il loro cibo e altri beni di consumo nei negozi dell’impresa; questo obbligo, fonte di un nuovo sfruttamento, pesava loro e desideravano affrancarsene: chiedevano pertanto che il pagamento avvenisse ogni due settimane invece che ogni mese, e fosse in contanti e non in buoni; chiedevano inoltre un aumento di salario di 50 centesimi al giorno».

Il salario medio di un operaio specializzato, secondo Wikipedia, «era di circa quattro franchi al giorno; quello di un manovale poco più di tre franchi. Per dormire a turni di otto ore in uno stesso letto si pagavano 50 centesimi, mentre una sistemazione in stanzoni con dieci letti era di venti franchi al mese. Un chilo di pane costava 40 centesimi e uno di formaggio poco meno di un franco. Gli operai dovevano inoltre provvedere all’olio per le lampade utilizzato nello scavo». Quanto alle condizioni igieniche, ecco il rapporto del medico ispettore Jakob Laurenz Sonderegger: «Escrementi dappertutto. Nella maggioranza delle case non si può entrare. Gli escrementi vengono gettati dalle finestre perché per duecento persone non c’è un bagno. Il pavimento non è solo nero ma sporchissimo. Vestiti appesi da tutte le parti. Finestre sbarrate. Se si apre una porta ti investe una puzza paragonabile solo a quella di un pollaio mal tenuto. In ogni corridoio un mastello d’acqua fetida per decine di persone».

In galleria il problema delle latrine era, se possibile, ancora più grave. Risultato: un operaio dopo l’altro finiva per essere colpito dall’«ancylostoma duodenale». Una malattia chiamata, sulle prime, «anemia del Gottardo». Spesso seguita dalla morte. Non bastasse ancora, le esplosioni, le fughe di gas, i crolli, erano quotidiani. Al punto che la conta finale sarà di 199 morti «ufficiali». Anche se alcuni, come appunto Konrad Kuoni, basandosi sui rapporti del medico aziendale Dr. Föder, ne calcola addirittura cinquecento.

Quel 27 luglio, dopo l’ennesimo incidente, i poveretti scesero in sciopero. La reazione, racconta Remo Griglié (già direttore de «La Gazzetta») in un saggio rimasto purtroppo inedito, fu durissima: l’ingegner Ernst Der Stockalper, ricevuta una delegazione dei minatori, «ascoltò le confuse e balbettanti lamentele sul clima, sull’aria irrespirabile, sui ritmi forzati di lavoro, sulle paghe inadeguate. “Avete ragione. Qui la vita è dura e probabilmente ingiusta. Chi non se la sente di continuare non ha che da andarsene. Passi dalla cassa e sarà liquidato. Chi, invece, desidera continuare a lavorare con noi, torni subito al suo posto. Subito”. Girò i tacchi e uscì».

Umiliati dalla risposta, i minatori decisero di picchettare l’ingresso alla galleria. «Italiani! Se volete esser rispettati, rispettate pure la volontà d’altrui. Lasciate liberamente passare ognuno per la sua strada, al suo lavoro, altrimenti vi trovate in grave urto colle leggi della libertà!», ordinò il sindaco. E siccome Louis Favre, l’imprenditore che aveva vinto l’appalto impegnandosi a consegnare il tunnel entro la tal data per non pagare penali stratosferiche, trovava resistenze a far intervenir l’esercito o la polizia, Ernst Der Stockalper mandò alla direzione della società un telegramma: «I minatori sono in sciopero e bloccano i lavoratori. Inviate 50 uomini armati e 30 mila franchi».

Poche ore e i miliziani assoldati dalla società, armati di fucili e pistole, erano sul posto. Respinti a sassate al primo assalto con le baionette, spararono. Lasciando sul terreno quattro morti — Costantino Doselli, Giovanni Merlo, Salvatore Villa e Giovanni Gotta — e decine di feriti. La «rivolta dei “regnicoli”», come chiamavano sprezzantemente gli italiani sudditi dei Savoia, finì lì. Molti italiani tornarono sconfitti e licenziati a casa, molti restarono, rassegnati al ricatto e alla violenza. «L’italiano è molto spavaldo quando tiene lui il pugnale in mano», ironizzò il giornale «Basler Nachrichten», «ma diventa molto incerto non appena si trova di fronte la forza». L’ordine era ristabilito

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