C’era una volta la festa del ritorno dalla Transumanza

CASERTA – A primavera inoltrata i pastori ritornavano a casa ed era subito festa. Un antico proverbio abruzzese diceva: “A Sant’Andonie, chi ha remenute, o s’ha morte o s’ha perdute” (A Sant’Antonio, chi non è tornato, o è morto o si è perduto); perciò, allo sfortunato “disperso”, non restavano che le preghiere dei vivi.

Conclusa la vendita della pregiata lana maggiolina e dei formaggi alla fiera di Foggia e, adempiuto il doveroso rito di ringraziamento al Santuario foggiano dell’Incoronata e a quello di San Michele Arcangelo sul Gargano, si tornava a casa.

Talvolta i pastori si trascinavano stanchi e felici fino alla soglia delle modeste abitazioni di pietra che sembravano fremere nell’ansia dell’attesa; più spesso, la voce festosa delle campane ne anticipava il rientro.

Subito dal paese, come un torrente in piena, “tracimava” la gazzarra festosa dei fanciulli che andava incontro ai venienti, preceduta da madri, mogli e fidanzate le quali, con un intuito tutto femminile, avvertivano nell’aria, fin dalle prime ore del mattino, il ritorno dei cari.

Una filastrocca diceva: “Il ventotto maggio torna l’amato sposo. Avvolgendo il fuso vado ad aspettarlo”; a volte qualche sposa, impaziente e innamorata, anticipava l’atteso incontro percorrendo diverse ore di cammino.

Anche sulla dorsale appenninica del Matese, adagiata per uno splendido caso sullo spartiacque tra Tirreno e Adriatico – al punto che nelle giornate terse dalle sue cime più alte si abbracciano con un solo colpo d’occhio ambo i mari – molte famiglie gioivano per il ritorno dei pastori transumanti.

In molte case di Letino, Gallo, San Gregorio e Castello Matese le grida di giubilo si mescolavano ad abbracci e carezze mentre, per i nuovi nati, un nodo alla gola dei padri, ancora avvolti nei lunghi pastrani di pelliccia, spegneva ogni parola. I più piccoli andavano incontro ai pastori con pagnotte di pane bianco preparate appositamente e ricevevano in cambio liquirizia e carrube, tipiche leccornie pugliesi.

Quel giorno era festa grande per tutto il paese.

Il gregge si fermava fuori del recinto urbano in attesa di risalire ai pascoli estivi.

Il latte munto in quelle ore serviva a pagare i proprietari dei pascoli estivi e spesso la restante parte veniva distribuita ai poveri del paese.

Finalmente erano finite le lunghe veglie nell’umido e fangoso Tavoliere pugliese, tra l’assalto notturno di lupi e briganti; senza contare le tante pecore “che s’erano perdute” per malattie o incidenti occorsi durante il cammino.

Nelle interminabili sere degli inverni pugliesi, mentre il gregge finalmente era al sicuro negli stazzi di pietra, qualcuno disegnava strani animali con pezzi di carbone raccolti tra la cenere.

Altri dettavano ai più “alfabetizzati” lettere semplici e sincere per le famiglie e le spose lontane.

Ma la maggior parte dei pastori erano analfabeti e, durante le solitarie ore trascorse a guardia del gregge, intagliavano oggetti di legno: bastoni, culle, specchiere, scatole portaoggetti e altri pezzi d’arredo da portare a casa.

Intanto, da questa parte dell’Appennino, nella notte di Carnevale le donne si riunivano in una stalla a cucire e, in un impeto di indiscrezione assai rara per quell’epoca, si scambiavano confidenze amorose.

Con la fine della permanenza in Puglia iniziava ora il tempo della risalita ai pascoli di montagna che spettava ai giovani del paese; era tempo di consegnare le chiavi dell’economia domestica alla padrona di casa che avrebbe provveduto a ogni bisogno familiare fino alla fine dell’estate.

Per alcuni, era il momento di fidanzamenti e matrimoni a lungo attesi, mentre ai garzoni più giovani sarebbe bastata qualche ora di svago in paese prima di risalire ai pascoli estivi.

Così, tra la fine di maggio e i primi di giugno, si chiudeva il cerchio del calendario pastorale: il prossimo, si sarebbe aperto non prima del secondo plenilunio di settembre.

di www.ecodicaserta.it/

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