A Druogno un monumento alla gente di montagna

Fonte Ruralapini.it

Ad una coppia ‘zoantropologica’ formata da una donna solida, con l’inseparabile gerla e l’altrettanto inseparabile (e parimenti solida) capra, il compito di rappresentare la tenacia della gente di montagna. Una tenacia che sopravvive nella passione e nella dedizione che giovani ventenni manifestano per l’allevamento delle capre ‘nostrane’

In realtà il monumento non è dedicato alla capra ma è ‘alla gente di montagna industriosa, tenace, onesta’. Un po’ retorico, è vero. L’opera dello scultore, però, è meno retorica della dedica che, tra l’altro, in inverno, con la neve che copre il riferimento all’ ‘onestà’, appare – così ‘troncata’ – più sobria e appropriata, specie in tempi in cui le ‘mani pulite’ sono riferimenti ambigui.

L’artista ha colto bene la capacità di questa ‘coppia zooantropologica’, tutta al genere femminile, di esprimere il senso della tenacia del vivere in montagna. Sempre con la gerla in spalla per trasportare il ‘fieno selvatico’ dalle coste rocciose già fino alle stalle,  il letame sui prati, le patate dal campo a casa, la foglia del bosco per fare il letto alle capre. E poi, ancora, per trasportare il formaggio, frutto prezioso della stagione d’alpeggio, giù verso le dimore a valle. Non a caso  una donna, anch’essa non più giovane,  con il fazzoletto in testa, il gerlo e una solida caprottona (Alpina comune a mantello camosciato nostrano) appare anche nella copertina del libro edito dalla Comunità Montana.   Nella foto la donna ha sulle spalle un gerlo con le bacchette distanziate, tipico  dell’area culturale centroalpina e lombardofona e vero emblema della vita ruralpina in quest’area. Ma la gerla con l’intreccio fitto è più facile da rendere in scultura …

Già, una scultura…  Forse, riflettendo, non c’è miglior monumento alla gente di montagna dei manufatti che, resistendo al tempo, stanno a testimoniare insieme alla tenacia, il senso di rigorosa funzionalità ma al tempo stesso di ‘estetica implicita’ della gente alpina. Un monumento ‘diffuso’ fatto di tetti in beole (che proprio qui in Vigezzo e in altre zone dell’Ossola raggiungono un vertice di bellezza), di mulattiere selciate, di rocce adattate a crotti e stalle. E però questa donna e questa capra, trasformate in bronzo, trasmettono un messaggio.

Rappresentare la montanità attraverso la capra è del tutto appropriato ma anche antiretorico, al limite delpolitically correct.  Da secoli la capra è stata proclamata la ‘nemica del bosco’. Non certo dai montanari, ma dai dai poteri colonialisti che hanno assogettato la montagna per poter avere le mani libere nello sfruttamento delle sue risorse. Interessanti riferimenti alla ‘guerra contro le capre’ si trovano anche nel libro ‘La capra campa’. Riferimenti che ci fanno capire come, in località come la Val Vigezzo, dove la ‘resistenza’ dei montanari alle politiche anti-capre è stata più tenace, essa abbia potuto contare anche su ‘avvocati’ a loro favore nell’ambito di una élite locale non sempre schierata, come di regola in Italia, contro il contadino. E’ forse il sedimento di queste controversie e la presenza di un ‘partito delle capre’ nella memoria locale  che riaffiora che spiega perché a Druogno la capra abbia potuto avere un monumento.

Un fatto raro in Italia dove i monumenti, a parte quelli ai caduti della Grande Guerra,  sono di solito dedicati ai notabili locali, agli artisti e, nei casi non frequenti che abbiano per soggetto gli animali, raffigurano  le ‘nobili fiere’: orsi, cervi, aquile. L’idea del monumento alla mucca o, ancor più alla capra, appare peregrina. Invece nei paesi del centro e Nord Europa di monumenti con gli ‘umili’ animali domestici ne vedete parecchi in giro per campagne e città.                                                  

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Il monumento merita ancora qualche parola per quello che ‘racconta’. La donna che si tiene abbracciata alla sua (probabilmente unica) capra – per lei una vera sorella – sarà una vedova o una delle tante donne il cui uomo è lontano nell’ambito di ‘cicli di emigrazione’.

 

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