«Io, alpino, sarò a Bolzano Nel 1935 in Etiopia raccontai gli orrori»

Sono i ricordi di una vita quel cappello da alpino coloniale color sabbia, gli occhiali da deserto e la croce al merito che non dovevano nemmeno uscire dall’armadio, dove Cristiano Dal Pozzo, 98 anni, alpino di Rotzo, li custodisce gelosamente.
Aveva deciso di disertare l’adunata nazionale di Bolzano, in programma domenica prossima. Sarebbe stata la seconda assenza in 45 anni di partecipazioni ai raduni delle penne nere.

Perché non voleva andare a Bolzano? 
Lì venni arrestato e fatto prigioniero dopo l’8 settembre del 1943. Fui internato poi dai tedeschi in un campo di concentramento in Austria, costretto a lavorare in fonderia ai carri armati “Leopard”.

Anni difficili quelli…
Bestiali direi, che non posso dimenticare. Sapere di dover ritornare oggi in quei luoghi, tra quella gente, mi crea un certo disagio.

Cosa le ha fatto cambiare idea?
Mi hanno spiegato che Bolzano accoglierà a braccia aperte gli alpini. Spero proprio sia così.

Le piace partecipare alle adunate?
Sento che la mia presenza serve a mantenere viva la memoria. Ormai siamo rimasti in pochi, e io sono ad un passo dal secolo. Ogni anno vedo venir meno le solite facce. Rimango sempre più solo con i miei ricordi.

La salute non le manca.
Gli anni lasciano il segno, ma i due bastoni che oggi mi aiutano non m’impediscono di andare ogni venerdì in piazza ad Asiago, dopo aver preso il pullman, per prendermi il solito pollo arrosto come faccio da oltre venti anni. Poi quando capita, vado anche al bar a mangiarmi una bruschetta.

Le piace anche curare il campo di patate.
Per molti anni le patate hanno sfamato la mia famiglia. Oggi è mio figlio che continua questa tradizione.

Lei sembra essere diventato alpino per destino, visto che è cresciuto proprio nei luoghi della storia degli alpini.
Le zè le me montagne. E le conoso anca a oci sarà. De vecio qua ghe ze lore e dopo ghe son mì, coi me anni.

Qual è stata l’adunata che meglio ricorda?
Senz’altro Latina nel 2009 , lì avevano addirittura allestito uno stand che ricostruiva la vita di noi alpini in Abissinia.

In che anni c’è stato?
Dal ’35 al ’36, nel deserto dell’Etiopia, poi nel 1943 la campagna di Libia, finendo poi per essere richiamato a Bolzano, fino a quando venni fatto prigioniero dei tedeschi e tradotto in un campo di concentramento a Linz, dove per due anni e mezzo ho cercato di sopravvivere alla fame e alle pulci. Alla fine, povero ero partito e sono tornato altrettanto povero, sconfitto e smagrito. Che brutta bestia è la guerra. Nel ’35 a noi giovani ci riempivano la testa dicendoci che avremmo visto cose grandi e fondato un impero. Che noi “coloniali” avremmo portato lo sviluppo alle popolazioni indigene del Negus.

Invece?
Invece, oltre ad essere stati ingannati, abbiamo massacrato un popolo. La mia fortuna è stata quella di rimanere nelle retrovie con l’incarico di marconista, addetto alle trasmissioni. Non ho mai sparato un colpo o ucciso alcuno, perché ero impegnato a trasmettere agli alti comandi le informazioni dai campi di battaglia.

Una specie di cronista, insomma.
Il mio compito era raccontare la guerra a qualche centinaio di metri dal fronte e riferire ai comandi ciò che avveniva. Cosa per niente facile, quando si trattava di descrivere orrori.

La data dell’adunata è segnata chiaramente sul suo calendario…
Ciò, l’adunata è una festa importante quanto il Natale o la Pasqua.

Ma non la stanca girare alla sua età?
Affatto, girare mi fa sentire libero e vivo.

Anche a Bolzano percorrerà sulle sue gambe i cento metri davanti alla tribuna delle autorità?
Come sempre.

Antonio Gregolin di www.ilgiornaledivicenza.it

 

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